Agota Kristof – Penso

Foto: Anna & Maciej Wojtas
Foto: Anna & Maciej Wojtas

Agota Kristof

 Penso 

Ormai non mi restano molte speranze. Prima mi muovevo, ero sempre in viaggio. Aspettavo qualcosa. Che cosa? Non lo sapevo. Però pensavo che la vita non potesse essere solo questo, vale a dire niente, la vita doveva essere qualcosa, e aspettavo che questa cosa arrivasse, la cercavo addirittura.

Oggi penso che non c’è niente da aspettare, per cui me ne sto in camera mia, seduto su una sedia, senza fare nulla.

Penso che fuori c’è una vita, ma in questa vita non succede niente. Almeno per me.

Per gli altri può darsi che qualcosa succeda, possibile, ma non m’interessa piú.

Sono qui, su una sedia, a casa mia. Fantastico un po’, niente di serio. Che cosa potrei fantasticare? Sto qui seduto, semplicemente. Non posso dire di star bene, non è per questo che ci resto, certo non per il mio benessere, al contrario.

Penso che restando qui non faccio niente di buono, e so anche che prima o poi, piú in là, dovrò alzarmi per forza.

Provo perfino un vago disagio a restare qui seduto, disoccupato da ore o giorni, non so. Ma non riesco a trovare un motivo per alzarmi e fare qualcosa. Semplicemente non vedo, ma proprio non vedo che cosa potrei fare.

Potrei senz’altro mettere un po’ in ordine, fare pulizia, questo sí.

Casa mia è piuttosto sporca, e trascurata. Dovrei almeno alzarmi per aprire la finestra, c’è puzza di fumo, di marcio, di chiuso, qui.

Ma tutto ciò non mi disturba piú di tanto. Un po’, ma non abbastanza per alzarmi. Sono abituato a questi odori, non li sento, penso solo che se per caso entrasse qualcuno… Ma «qualcuno» non esiste. Non entra nessuno.

Comunque sia, per fare qualcosa, mi metto a leggere il giornale che è sul tavolo da… da un certo tempo, quando l’ho comprato…

Naturalmente non mi dò la briga di prenderlo in mano. Lo lascio lí, sul tavolo, lo leggo da lontano, ma non mi entra né in testa né negli occhi, ci vedo soltanto delle mosche morte, per cui smetto di fare sforzi.

Ad ogni modo so che sull’altra pagina c’è un giovane, non giovanissimo, esattamente come me, che legge lo stesso giornale in una vasca da bagno rotonda, incassata, scorre gli annunci, le quotazioni di borsa, molto rilassato, un whisky di buona marca a portata di mano sul bordo della vasca. Sembra bello, vivace, intelligente, informato su tutto.

Pensando a quell’immagine sono costretto ad alzarmi, e vado a vomitare nel lavandino non incassato, ma banalmente attaccato al muro della cucina. E tutto ciò che mi esce da dentro ottura questo maledetto lavandino.

La vista di questo cumulo di spazzatura che mi sembra il doppio di quanto ho potuto mangiare nelle ultime ventiquattro ore mi lascia davvero stupito. Contemplando questa cosa immonda sono colto da un nuovo conato di vomito e mi precipito fuori dalla cucina.

Esco di casa per dimenticare, passeggio come chiunque altro, ma nelle strade non c’è niente, soltanto gente, negozi, nient’altro.

Non ho voglia di tornare a casa, per via del lavandino otturato, non ho voglia nemmeno di camminare, allora mi fermo sul marciapiede, di spalle a un grande magazzino, guardo la gente che entra ed esce, e penso che chi esce dovrebbe rimanere dentro, e chi entra dovrebbe rimanere fuori, si risparmierebbe movimento e fatica.

Potrebbe essere un buon consiglio, ma loro non lo ascolterebbero. Quindi non dico niente, non mi muovo, non ho neanche freddo qui, nell’entrata. Approfitto del caldo che esce dal negozio per via delle porte sempre aperte e mi sento bene quasi come prima, seduto nella mia stanza.

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