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Hopper sapeva “dipingere il silenzio”. Usava colori brillanti che paradossalmente non trasmettevano energia. Contemplava spazi e realtà  “surreali”  che paradossalmente comunicavano un forte senso di smarrimento, di inquietudine e di isolamento. Dipingeva l’acting-out  di un maniaco-depresso che  diventava, nelle sue tele, potentemente e poeticamente sublime.

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Dipinti dalle atmosfere solitarie e pacate che suggeriscono immobilità e rassegnazione con  scene spesso deserte, immerse nel silenzio assoluto. La solitudine  trapela dai soggetti quotidiani: la città sembra disabitata, cinema e caffè appaiono quasi vuoti, le facciate delle case hanno le finestre chiuse, sulle rotaie non corrono treni. E tu, spettatore, senti tutto il peso dell’estraneamento e dell’inaccessibilità dei volti e dei luoghi. Non  dipinge mai un gruppo, preferisce invece accostare personaggi che sono vicini nello spazio, ma lontani e distaccati con la mente; fanno colazione in solitudine o guardano in direzioni opposte.

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Tutto questo rende Hopper, a mio parere, il più psicoanalitico dei pittori realisti.

5 pensieri su “Edward Hopper, il pittore della solitudine

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