Alice Austen, la prima fotoreporter donna.

Alice Austen
Alice Austen

Alice Austen  fu la prima, intraprendente ‘fotoreporter’ che nel 1896 ebbe l’idea, audace  e anticonformista, di documentare le varie professioni in voga nella New York dell’epoca. Dopo aver ricevuto in dono una macchina fotografica da uno zio di origini danesi, Oswald Müller, Alice si dedicò all’inizio agli scatti della sua famiglia. Successivamente fece la coraggiosa, originale ed insolita scelta di immortalare la vita di strada: dipendenti comunali, poliziotti, postini, vigili del fuoco, spazzini,  tassisti, venditori ambulanti, arrotini, lustrascarpe. Migranti,europei soprattutto, che hanno creduto e sperato profondamente, ogni santo giorno, in una vita migliore negli States. Gli scatti che state per vedere appartengono alla Library of Congress americana.

Venditore di stringhe
Venditore di stringhe
Suonatori di organetto
Suonatori di organetto
Newspaper boys
Newspaper boys
Venditore di spugne
Venditore di spugne
Arrotino
Arrotino
Giornalaio
Giornalaio
Tassista
Tassista
Mestiere collaterale del tassista
Mestiere collaterale del tassista
Venditori di pretzel
Venditori di pretzel
Immigrati in attesa di tempi migliori
Immigrati in attesa di tempi migliori
Postino
Postino
Netturbino
Netturbino

Stanley Kubrick fotografo

“Per un breve periodo di tempo Kubrick si dedicò completamente alla fotografia, ritraendo la realtà del dopoguerra americano attraverso attimi rubati a personaggi noti o a fugaci figure metropolitane, dando alla luce scatti che, per la loro umanità, sembrano varcare il confine del tempo. Sotto quest’ottica, colpiscono in particolar modo gli scatti ‘spontanei’ realizzati per le strade di New York, vera e propria rassegna intimista delle varie anime che popolavano la città all’epoca del secondo dopoguerra.”

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Edward Hopper, il pittore della solitudine

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Hopper sapeva “dipingere il silenzio”. Usava colori brillanti che paradossalmente non trasmettevano energia. Contemplava spazi e realtà  “surreali”  che paradossalmente comunicavano un forte senso di smarrimento, di inquietudine e di isolamento. Dipingeva l’acting-out  di un maniaco-depresso che  diventava, nelle sue tele, potentemente e poeticamente sublime.

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Dipinti dalle atmosfere solitarie e pacate che suggeriscono immobilità e rassegnazione con  scene spesso deserte, immerse nel silenzio assoluto. La solitudine  trapela dai soggetti quotidiani: la città sembra disabitata, cinema e caffè appaiono quasi vuoti, le facciate delle case hanno le finestre chiuse, sulle rotaie non corrono treni. E tu, spettatore, senti tutto il peso dell’estraneamento e dell’inaccessibilità dei volti e dei luoghi. Non  dipinge mai un gruppo, preferisce invece accostare personaggi che sono vicini nello spazio, ma lontani e distaccati con la mente; fanno colazione in solitudine o guardano in direzioni opposte.

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Tutto questo rende Hopper, a mio parere, il più psicoanalitico dei pittori realisti.