Oskar Kokoschka e la sposa del vento

1914, vigilia della Prima guerra mondiale. Pennellate nervose e materiche sanciscono la fine del travolgente e tempestoso rapporto d’amore che aveva legato  Kokoschka ad Alma Mahler, vedova del celebre compositore boemo Gustav Mahler.

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La sposa del vento Oskar Kokoschka 1914, Basel, Kunstmuseum

 

 

I due amanti si ritrovano dentro una fragile imbarcazione e attorno a loro un turbinio di pennellate minacciose e violente. L’uomo appare impassibile, distaccato e freddo; la sua espressione è serena e riflessiva ma la posizione delle nodose mani, intrecciate e contratte tradisce tutta la sua primordiale paura.

L’idillio,iniziato nel 1912 e durato quasi due anni, sarà presto turbato dal tormento interiore di Oskar, ossessionato dal corpo di Alma e dalla sua prorompente bellezza. Gelosia pura e paranoie frequenti, tuttavia, cominciano a caratterizzare la loro relazione. Esplosioni d’ira, contrasti e ricatti minano il rapporto della coppia fino alla rottura. Alma va via, Oskar sceglie di andare in guerra.

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Donna colta e raffinata, carattere forte e volitivo, grande ego ed una speciale predilezione per gli artisti e gli intellettuali. Da giovane ha una fugace relazione con Gustav Klimt da cui apprende le ‘prime’ nozioni sui piaceri del sesso; nel 1902 conosce e sposa il compositore Gustav Mahler,totalmente ammaliato dalla sua personalità  e da cui ha due figlie, Anna e Maria Anna,morta a soli 5 anni. Rimasta vedova nel 1911 sposa un altro genio di inizio secolo, l’architetto Walter Gropius, da cui ha una figlia, Manon, morta anch’ella a 17 anni. Nel 1929 divorzia e si unisce in matrimonio con lo scrittore Franz Werfel. Nel 1938 le leggi razziali la obbligano a trasferirsi negli Stati Uniti dove muore nel 1965

Annick Bouvattier e l’intimo compiacimento delle donne.

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Gesti apparentemente insignificanti, momenti banali, sguardi fugaci, parole non dette,  fianchi sinuosi, storie senza parole. Pittura di silenzi e di sopita passione, di caducità e di universale ammirazione. Annick Bouvattier dipinge la donna nel suo intimo compiacimento, nel suo spudorato candore.  E’ bella, giovane, senza falsa modestia e seducente. Molto seducente.

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R. Hagan – Il pittore della “quiete”

L’approccio di Hagan alla pittura è quello di tradurre scene di vita quotidiana in visioni romantiche, nostalgiche, dolcemente serafiche del mondo.  Donne in riflessione,  animali, bambini, barche a vela, uccelli della foresta pluviale, scene polverose dell’outback australiano. Nutrimento per l’anima.

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Robert Gonsalves, quando il surrealismo si fonde con la magia.

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Rob Gonsalves è un pittore canadese con una identità e un stile tutto unico, chiamato ”realismo magico”. I supporti di un ponte ferroviario che si trasformano in acrobati in equilibrio. Nubi che diventano dei velieri che navigano nel cielo. Bambini che saltano sui lettini e decollano in volo su di un paesaggio a patchwork sono solo alcuni degli esempi che fanno capire la forza espressiva e la capacità onirica di Gonsalves, dove il surrealismo si fonde con la magia e da’ vita al quel realismo magico in cui tutto è consentito. Quel momento magico in cui si passa dal sonno alla veglia, in cui la realtà si fonde con quel che resta del sogno.

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Gonsalves, con i suoi dipinti, esplora visivamente le possibilità dell’immaginazione, incoraggiando a guardare oltre i confini della vita quotidiana, verso un luogo onirico dove è la fantasia a dettar legge. In tutti i suoi quadri la normalità appare solo per mutare e diventare qualcos’altro.

“Anche se il lavoro Gonsalves viene spesso classificato come surreale, si differenzia per il fatto che le immagini sono deliberatamente progettati e derivano dal pensiero cosciente. Gonsalves inietta un senso di magia in scene realistiche. Di conseguenza, il termine “realismo magico” descrive il suo lavoro con precisione. Il suo lavoro è un tentativo di rappresentare il desiderio degli esseri umani di credere l’impossibile, di essere aperti alle possibilità”

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Potente,esplosiva sinergia di colore, di luce elegantemente  a metà tra il concreto e l’onirico, tra il reale ed il surreale, tra il passato e il presente. Psicoanalitico.

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Donne  morbide, attraenti, erotiche  che si lasciano osservare da sguardi malinconici e indecisi.  Le pose sono ammiccanti , gli sguardi appesi a un punto indefinito.Serhiy Reznichenko - Tutt'Art@ - (11)

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Han van Meegeren, il più abile falsario di tutti i tempi.

Han van Meegeren fu il più abile falsario che l’Europa abbia mai conosciuto, capace di bidonare chiunque grazie a una tecnica incredibile e alla conoscenza dei più raffinati metodi di sofisticazione.

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Han van Meegeren

Da giovane venne considerato un artista fallito. Per i suoi docenti all’Accademia di Belle Arti non sarebbe mai stato un artista nel vero senso del termine. La manualità c’èra ma mancavano la genialità,meglio dedicarsi ad altro. E difatti cominciò ad apprendere le tecniche di falsificazione da Theo Van Wijngaarden, famoso restauratore e falsario operante ad Amsterdam in quel periodo. Un po’ sbruffone, van Meegeren si vantava di imitare Rembrandt e Vermeer meglio di Rembrandt e Vermeer. Con le frodi divenne ricco ma il suo fine segreto era un altro: voleva prendersi una rivincita su quanti, da ragazzo, gli avevano consigliato di lasciar perdere con la pittura.

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Non commise mai l’errore di copiare opere di Vermeer esistenti: creò invece dipinti nuovi, inserendo con cura della polvere nel falso appena terminato per provocare la claquelure (lo spontaneo reticolo di piccole crepe, tipico delle tele ad olio invecchiate. La sua genialità arrivò a tal punto che Meegeren, per rendere sempre più credibili i suoi falsi d’autore e ingannare così gli esperti, si adoperò per reperire materiali e pennelli usati 300 anni prima.

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Ha addirittura avuto l’ardire di vendere i suoi falsi anche ai gerarchi nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Quando  si trovò un Johannes Vermeer, di cui non si sapeva nulla, nella raccolta del leader nazista Hermann Goering, Van Meegeren, fu accusato di collaborazionismo. Di fronte alla possibilità della pena di morte, Van Meegeren confessò di aver falsificato il dipinto. Silenzio in aula, il pennello all’artista! Per dimostrare la propria innocenza e quindi di avere raggirato il nemico, alleggerendo così la sua posizione, si mette a dipingere durante una delle udienze: riproducendo un Vermeer in modo tanto preciso da scagionarsi.Il giudice lasciò cadere le accuse di tradimento. Ma Van Meegeren fu arrestato di nuovo, questa volta per falso e truffa. Venne condannato a un anno di prigione, dove morì per un attacco cardiaco un mese dopo il processo.Forger-art-han-van-meegeren Han van Meegeren mentre dipinge il suo ultimo falso Gesù tra i dottori

Edward Hopper, il pittore della solitudine

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Hopper sapeva “dipingere il silenzio”. Usava colori brillanti che paradossalmente non trasmettevano energia. Contemplava spazi e realtà  “surreali”  che paradossalmente comunicavano un forte senso di smarrimento, di inquietudine e di isolamento. Dipingeva l’acting-out  di un maniaco-depresso che  diventava, nelle sue tele, potentemente e poeticamente sublime.

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Dipinti dalle atmosfere solitarie e pacate che suggeriscono immobilità e rassegnazione con  scene spesso deserte, immerse nel silenzio assoluto. La solitudine  trapela dai soggetti quotidiani: la città sembra disabitata, cinema e caffè appaiono quasi vuoti, le facciate delle case hanno le finestre chiuse, sulle rotaie non corrono treni. E tu, spettatore, senti tutto il peso dell’estraneamento e dell’inaccessibilità dei volti e dei luoghi. Non  dipinge mai un gruppo, preferisce invece accostare personaggi che sono vicini nello spazio, ma lontani e distaccati con la mente; fanno colazione in solitudine o guardano in direzioni opposte.

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Tutto questo rende Hopper, a mio parere, il più psicoanalitico dei pittori realisti.

L’ancestrale bisogno dell’alieno.

Sembra che l’essere umano abbia un innato bisogno di credere in qualcosa che vada oltre il puro e semplice materialismo, che si tratti di magia, di religione o di ufo, vi è una naturale spinta  per l’Übermensch, per l’aldilà.   Jacopo del Sellaio 1449

Questo dipinto rinascimentale realizzato da Jacopo del Sellaio nel 1450, è forse quello che più ha dato da discutere agli ufologi. Attualmente è esposto nella Sala di Ercole presso i Musei di Palazzo Vecchio, a Firenze. L’attribuzione di questo dipinto è incerta: nella scheda del catalogo si legge che il dipinto è piuttosto attribuibile a Sebastiano Mainardi (1466-1513), pittore della scuola del Ghirlandaio attivo a Firenze verso la fine del ‘400.La presenza nella parte superiore destra del dipinto di un’oggetto aereo di forma ovoidale dal color grigio plumbeo per alcuni è la chiara rappresentazione di un oggetto extraterrestre e per altri lo strano oggetto ovale potrebbe essere identificato, semplicemente,  come la rappresentazione del cosiddetto Annuncio ai pastori.

Fate voi.