Dipingere il silenzio Vilhelm Hammershøi

 

Vilhelm Hammershøi *oil on canvas  *33.4 x 28.2 cm
Vilhelm Hammershøi

Il pittore delle stanze vuote, del fluire silenzioso della vita, dello scorrere malinconico e inesorabile del tempo, dal mistero di una porta aperta, di una finestra, di un angolo di luce fredda, di una figura ritratta rigorosamente di spalle.

Immagini forti di solitudine, di angoscia esistenziale, di illusoria ricerca di ordine e armonia nel lavoro del danese Vilhelm Hammershøi, pittore riservato e reticente all’eccesso. Introspettivo, malinconico, misterioso e come ne ebbe a dire Rilke «Lungo e lento, ma in qualsiasi momento lo si colga esso mostrerà sempre ciò che è importante e essenziale nell’arte».

 

«Scelgo un tema per le sue linee – scriveva – per ciò che io chiamo il contenuto architettonico di un’immagine».La luce non aveva bisogno di molto colore «perché – sosteneva – il miglior effetto in un dipinto si ottiene con il minor colore possibile». Di qui le sue tinte scarne, le delicate variazioni di bianchi e di grigi, di uno spazio ermeticamente chiuso e di un vuoto inquietante.

sogno d’estate

gatto per rai

Trapeli un po’ di verde
il limone, il sifone,
il piccolo portone
della pensione,
trapeli il blu,
anche tu
vestita col tuo nudo rosa,
ogni cosa amorosa.
Amore è amore
liscio alla sua foce.
Un’alpe zuccherina,
l’amore è brina.
Che sogno averti vicina,
notturna, fresca, sottovoce.

Alfonso Gatto

 

Un omaggio ai colori dell’universo femminile con una poesia di una grandissimo autore di cui oggi ricorrono i quarant’anni della morte

Charles Baudelaire, Correspondences.

Gene Dominique
Foto Gene Dominique

 Corrispondenze

E’ un tempio la Natura ove viventi
pilastri a volte confuse parole
mandano fuori; la attraversa l’uomo
tra foreste di simboli dagli occhi
familiari. I profumi e i colori
e i suoni si rispondono come echi
lunghi che di lontano si confondono
in unità profonda e tenebrosa,
vasta come la notte ed il chiarore.

Esistono profumi freschi come
carni di bimbo, dolci come gli òboi,
e verdi come praterie; e degli altri
corrotti, ricchi e trionfanti, che hanno
l’espansione propria alle infinite
cose, come l’incenso, l’ambra, il muschio,
il benzoino, e cantano dei sensi
e dell’anima i lunghi rapimenti.

Charles Baudelaire

Da I fiori del male, Les Fleurs Du Mal, 1857
Traduzione di Luigi De Nardis, Milano, Feltrinelli, 1964

Antonia Pozzi – Preghiera alla poesia

Foto Nicki Upstairs
Foto Nicki Upstairs

Preghiera alla poesia

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.
Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Antonia Pozzi 

(da Parole)

‘Lentamente muore’ – di Martha Medeiros

Foto: Óscar Barrera Tevar
Foto: Óscar Barrera Tevar

A Morte Devagar

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

Martha Medeiros

Paul Eluard – L’amorosa

Foto Colin Dixon
Foto Colin Dixon

L’amorosa

Lei è in piedi sulle mie palpebre

E i suoi capelli sono nei miei,

Lei ha la forma delle mie mani,

Lei ha il colore dei miei occhi,

Lei è sprofondata dentro la mia ombra

Come una pietra sopra il cielo.

Lei ha sempre gli occhi aperti

E non mi lascia dormire.

I suoi sogni in piena luce

Fanno evaporare i soli,

Mi fanno ridere, piangere e ridere

Parlare senza avere niente da dire.

da  Morire di non morire (1924)

Valerio Magrelli L’imballatore

Foto: Haik Ahekian
                                                                  Foto: Haik Ahekian

L’imballatore

“Cos’è la traduzione? Su un vassoio
la testa pallida e fiammante d’un poeta”
(V.Nabokov)


L’imballatore chino
che mi svuota la stanza
fa il mio stesso lavoro.
Anch’io faccio cambiare casa
alle parole, alle parole
che non sono mie,
e metto mano a ciò
che non conosco senza capire
cosa sto spostando.
Sto spostando me stesso
traducendo il passato in un presente
che viaggia sigillato
racchiuso dentro pagine
o dentro casse con la scritta
“Fragile” di cui ignoro l’interno.
E’ questo il futuro, la spola, il traslato,
il tempo manovale e citeriore,
trasferimento e tropo,
la ditta di trasloco.

Guillaume Colletet (dall’elegia “Contre la Traduction”)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Foto: jay satriani

Foto: jay satriani 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi – Cesare Pavese

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

*Composta il 22 marzo 1950  annuncia il suicidio dello scrittore avvenuto  il 27 agosto dello stesso anno.
Foto personale
Foto personale

VALERIO MAGRELLI – IL SANGUE AMARO

Foto: Monika Vanhercke
Foto: Monika Vanhercke

in una lontananza irraggiungibile.

Quando leggi, vai via, mi lasci solo

e inoltre mi impedisci di seguirti.

E’ come se,partendo,

non mi dicessi la tua destinazione.

Anche se la scoprissi ( e l’ho scoperta,

tant’è che posso vederti,

se soltanto mi sporgo),

comunque non mi lasci avvicinare.

La lettura è crudele, è ostile e solitaria.

Agota Kristof — La campagna

Foto: Noam Mymon "il villaggio"
Foto: Noam Mymon “il villaggio”

Agota Kristof

 La campagna 

Diventava insopportabile.

Sotto le sue finestre, che davano su una piazzetta un tempo deliziosa, il frastuono delle auto, il borbottio dei motori non si placava mai.

Neanche la notte. Impossibile dormire con le finestre aperte.

No, davvero, non era piú tollerabile.

I bambini uscendo di casa rischiavano di farsi mettere sotto. Non c’era piú un minuto di requie.

Per miracolo gli proposero quella piccola cascina isolata, abbandonata dal proprietario, e che costava un tozzo di pane. C’era qualche lavoro da fare, certo. Il tetto, la tinteggiatura. E anche installare un bagno. Ma rimaneva comunque un affare.

E almeno era a casa sua.

Comprava il latte, le uova, la verdura da un fattore suo vicino spendendo la metà di quanto avrebbe speso nei supermercati della città. Ed erano prodotti genuini, naturali.

L’unica seccatura era il tragitto in auto – venti chilometri – quattro volte al giorno. Ma in fondo, bah, venti chilometri! Era questione di un quarto d’ora.

(Tranne se c’erano le code, gli incidenti, una panne, un posto di blocco, la nebbia, il ghiaccio o troppa neve).

Anche la scuola era un po’ lontana, ma una camminata di mezz’ora ai bambini fa un gran bene.

(Tranne se piove, se nevica, se fa troppo freddo o troppo caldo).

Tutto sommato era un paradiso.

E come rideva quando, arrivando in città, parcheggiava l’auto sulla piazzetta, spesso addirittura sotto le sue finestre di un tempo. Respirando i gas di scarico pensava con soddisfazione a quel che aveva risparmiato alla propria famiglia.

Poi ci fu il progetto dell’autostrada.

Consultando i disegni esposti in municipio, constatò che la futura strada a sei corsie sarebbe passata sulla sua cascina, o poco piú in là. La cosa lo scosse profondamente, ma dopo un istante ebbe come un’illuminazione: se l’autostrada passava sulla sua cascina o sul suo giardino, avrebbe ricevuto un indennizzo. E con l’indennizzo si sarebbe potuto comprare un’altra cascina.

Per vederci chiaro chiese un appuntamento con il responsabile.

Questi lo ricevette con cordialità. Dopo averlo educatamente ascoltato gli spiegò che aveva capito male, perché l’autostrada in questione sarebbe passata ad almeno centocinquanta metri da casa sua. D’indennizzo, dunque, neanche a parlarne.

L’autostrada fu costruita – un’opera magnifica – e tra questa e la cascina c’erano effettivamente centocinquanta metri.

Il rumore, del resto, si sentiva appena – una specie di brusio incessante cui ci si abituava molto in fretta. E il proprietario della cascina si consolò dicendosi che con quell’autostrada sarebbe arrivato piú rapidamente al lavoro.

Per precauzione, tuttavia, rinunciò a comprare il latte alla fattoria vicina, perché adesso le mucche del fattore pascolavano sul bordo dell’autostrada, dove l’erba, come tutti sanno, contiene molto piombo.

Sei mesi dopo, a cinquanta metri dalla sua cascina installarono dei gasometri.

Due anni dopo, a ottanta metri, un inceneritore di rifiuti domestici. Arrivavano tir dalla mattina alla sera, e la ciminiera dell’impianto fumava di continuo.

Intanto, in città, la piazzetta fu chiusa al traffico. Ci avevano creato un giardinetto con aiuole fiorite, arbusti, panchine per sedersi e un’area riservata ai bambini.

  L ‘assurdo paradossale surrealmente vero! Genio.

Wislawa Szymborska – Il 16 maggio 1973

Foto: Samantha Tran
Foto: Samantha Tran

Il 16 maggio 1973 

Una delle tante date

Che non mi dicono più nulla.

Dove sono andata quel giorno,

che cosa ho fatto – non lo so.

Se lì vicino fosse stato commesso un delitto

– non avrei un alibi.

Il sole sfolgorò e si spense

Senza che ci facessi caso.

La terra ruotò

E non ne presi nota.

Mi sarebbe più lieve pensare

Di essere morta per poco,

piuttosto che ammettere di non ricordare nulla

benché sia vissuta senza interruzioni.

Non ero un fantasma, dopotutto,

respiravo, mangiavo,

si sentiva

il rumore dei miei passi,

e le impronte delle mie dita

dovevano restare sulle maniglie.

Lo specchio rifletteva la mia immagine.

Indossavo qualcosa d’un qualche colore.

Certamente più d’uno mi vide,

Forse quel giorno

Trovai una cosa andata perduta.

Forse ne persi una trovata poi.

Ero colma di emozioni e impressioni.

Adesso tutto questo è come

Tanti puntini tra parentesi.

Dove mi ero rintanata,

dove mi ero cacciata –

niente male come scherzetto

perdermi di vista così.

Scuoto la mia memoria –

Forse tra i suoi rami qualcosa

Addormentato da anni

Si leverà con un frullo.

Il primo gennaio

Foto: alexandra_kirievskaya
Foto: alexandra_kirievskaya

Eugenio Montale

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.